Maria Teresa Novara fu rapita nel 1968 e trovata morta otto mesi dopo in una cascina di Canale. Il caso fu segnato da abusi, silenzi e responsabilità mai chiarite.
Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1968, la tredicenne Maria Teresa Novara scomparve dalla casa degli zii a Villafranca d’Asti, dove soggiornava per raggiungere più facilmente la scuola. Quello che inizialmente venne preso in considerazione anche come un possibile allontanamento volontario si rivelò in realtà un rapimento. Maria Teresa sarebbe rimasta prigioniera per quasi otto mesi, prima di essere trovata morta nell’agosto del 1969.

Maria Teresa Novara: il rapimento e la cascina Barbisa
Secondo la ricostruzione investigativa, quella notte Bartolomeo Calleri e Luciano Rosso entrarono nell’abitazione con l’intenzione di rubare. Trovarono Maria Teresa e decisero di portarla via, nella convinzione che la famiglia potesse pagare un riscatto.
La ragazza venne condotta nella cascina Barbisa, sulle colline di Canale, nel Cuneese, dove fu tenuta segregata. Per parte della prigionia venne rinchiusa in un angusto locale sotterraneo e tenuta anche incatenata.
Le successive indagini e gli accertamenti medico-legali indicarono che Maria Teresa aveva subito ripetute violenze sessuali durante la segregazione. Uno degli aspetti più oscuri della vicenda riguardò però il numero delle persone coinvolte: non fu mai possibile stabilire con certezza chi, oltre ai sequestratori già individuati, avesse eventualmente partecipato agli abusi.
Il 5 agosto 1969, Calleri e Rosso, dopo essere stati individuati dalle forze dell’ordine in seguito a un furto, tentarono la fuga gettandosi nel Po. Calleri morì annegato, mentre Rosso sopravvisse e venne arrestato. Le indagini non portarono però immediatamente alla scoperta del luogo in cui Maria Teresa era tenuta prigioniera. Anche una prima ispezione della proprietà di Calleri non riuscì a individuare il locale nel quale la ragazza era segregata.
Il corpo nella botola e una giustizia incompleta
Il 13 agosto 1969, durante un nuovo sopralluogo alla cascina, gli investigatori scoprirono finalmente la botola che conduceva al piccolo vano sotterraneo. Maria Teresa era ancora incatenata ed era morta da poche ore.
Gli accertamenti stabilirono che la causa della morte era stata l’asfissia: la presa d’aria del locale risultava ostruita da un panno. Accanto alla ragazza furono inoltre trovati scritti nei quali chiedeva di poter essere riportata dai genitori.
Non fu mai possibile stabilire con certezza chi avesse materialmente ostruito la presa d’aria e quindi chi fosse direttamente responsabile della sua morte.
Il processo contro Luciano Rosso iniziò nel 1975. In primo grado venne assolto per insufficienza di prove. In appello arrivò invece una condanna a 14 anni, legata al suo coinvolgimento nel rapimento e nella vicenda della minore. Non fu tuttavia possibile attribuirgli in maniera definitiva l’omicidio di Maria Teresa né individuare tutte le eventuali persone che avevano partecipato agli abusi durante la segregazione.
Nel 2019, la pm Laura Deodato riesaminò gli atti dell’inchiesta, ascoltando nuovamente alcune persone coinvolte nelle indagini del 1969 e il medico legale che aveva effettuato l’autopsia. Poiché l’omicidio rappresentava il principale reato ancora perseguibile, si cercò di verificare l’esistenza di eventuali altri responsabili.
Le nuove verifiche, però, non portarono a elementi sufficienti per formulare nuove accuse. Rosso, nel frattempo, era morto da anni.
A oltre mezzo secolo di distanza, il caso conserva quindi una verità soltanto parziale: Maria Teresa Novara fu rapita, segregata e sottoposta a violenze, ma non è mai stato accertato definitivamente chi provocò la sua morte né chi fossero tutte le persone coinvolte negli abusi.